venerdì 28 marzo 2014

It is a common knowledge that investments in agriculture do play an essential role in the economic field for a sustainable growth, as well as in the food production security.
Therefore, in 1962 the European Union decided to create the common agriculture policy (CAP) to support the farming business. The policy was translated into direct subsidies to farmers, tariffs on imports, quotas on imports and minimum prices. However, it has been reformed various times during the last decades.

Until 2013 the main part of the CAP budget granted to farmers was spent on food that is very profitable, but not very healthy. This represents one of the reasons why fresh fruits and vegetables have increased in price over the past 20 years. Moreover, about 90 million tons of food are wasted in the EU every year, which means around 179 kg per person annually.
These data reflect the fact that the CAP was not subsidizing enough sustainable practices. Hence, there was the need to reform the CAP once again, in fact, after three years of negotiations and discussions, on 20 December 2013 the four basic regulations and the transition rules adopted were published in the official journal.
This reform is based on the assumption that only sustainable farming practices will achieve long term food security. More precisely, it requires a better targeting of support, a more equitable distribution of payments across the member states of the European Union and a strategic approach to spending. Through different kind of instruments it will be possible to achieve sustainability.
In order to reach the objectives and face the challenges of the recent reform, the EU needs to attain higher levels of food production security and it also needs to improve European products quality, without damaging the environment and natural resources. It is pretty clear that the damaging consequences would be tragic for the survival of the agricultural activity of the future generations.
What is also evident is that people, companies, institutions and every kind of reality is adopting the green thinking as a consequence of the awareness-raising campaign spread all over the world.


Jona Shehu

martedì 25 marzo 2014

The claim that a vegetarian diet has a better impact on the environment than a carnivorous one is forthright. The process is very simple: If we nourish vegetables to animals, and then eat them, we employ more resources and generate a strong greenhouse effect than if we just consume vegetables. As with most of the discussion concerning the food supply, the issue raised is not so easily to apply. Yes, surely beef is expensive, but sometimes eating pork or chicken can be more environmental-friendly than eating broccoli.
Don’t you believe at what I have just said?
Here I provide a simple numerical example: if you want to compare cows with chicken and beef with vegetables, you may use data from the Environmental Working Group, which issued a paper including for the main kind of food the equivalent environmental impact. The paper comprehends a chart that gives a ranking for each general food in relation to the bulk of emissions originated during the production. Ruminants are the highest emission makers, with lamb generating 39 kg of carbon dioxide for each kg of beef. Beef on average generates 27 kg of carbon dioxide. More environmental friendly kind of meat are pork (12 kg), turkey (11 kg) and chicken (7 kg). Of course, plants generate few emissions, going from potatoes (3) broccoli (2) to lentils (1).


You might not understand the issue I have raised; everything seems to be as you believe: plants are more environmental friendly than meat. You sure have a point, but sometimes raw data should not be taken as they are.
Indeed, there’s another way to analyze the same data. Assume that you stop eating meat, you can’t substitute a kg of it, which contains 2,300 calories, with a kg of broccoli, at 320 calories. You have to substitute it with 7.2 kg of broccoli. In proportion 1 kilo of chicken generates slightly less than half of the emissions of its caloric equivalent of 7.2 kg of broccoli! Calories are our dimension, and they can be adopted as our basic measure for the calculation. With this view in mind, the prospective looks different: it is true that lamb is still very high level of calories, but pork, turkey and chicken look a whole lot better. Low-calorie vegetables like broccoli and lentils are not doing well.

Are you shocked?
Don’t worry, beef still looks bad as hell and vegetables still look good as heaven, while chicken and turkey are closer to purgatory. While I believe that we all should pay more attention to what we eat, vegetarians shouldn’t tell omnivores to eat lentils instead of turkey and conversely omnivores should not tell vegetarians to eat lamb instead of broccoli.
Now the question is how would you schedule your diet?
Stay tuned, stay green


Gabriele Tringali

venerdì 21 marzo 2014

13:00, pranzo al volo prima di tornare a lavorare: panino al prosciutto. 20:00, aperitivo con gli amici: tramezzini, patatine e affettati vari.
Non preoccupatevi, non siete gli unici. Tra il 1990 e il 2010 il consumo mondiale annuale di carne è aumentato da 180 a 286 milioni di tonnellate e con esso il consumo pro capite. Perchè la carne è buona, perchè la carne è semplice da preparare.

Ma la carne fa male all'ambiente.
37%: la percentuale di metano emessa a causa degli allevamenti, soprattutto a causa della fermentazione della cellulosa all'interno dello stomaco degli animali.
18%: il contributo degli allevamenti all'emissione di gas serra, contro il 9% del settore dei trasporti, come dichiarato dalle Nazioni Unite.
10.000: i litri l'acqua necessari per produrre 1 kg di carne, contro i 500 per 1 kg di patate.
80%: la percentuale di produzione di cereali che viene utilizzata come mangime per gli animali.
80%: la percentuale di foresta dell'Amazzonia persa a causa della produzione di recinti.
1/5: la frazione di terre emerse non coperte da ghiacci destinata all'allevamento, secondo la FAO.
157 milioni: le tonnellate  di cereali e proteine che invece che contribuire a risolvere il problema della fame nel mondo vengono usate per produrre solo 28 milioni di tonnellate di proteine animali, senza contare il problema dell'estensione di terra utilizzata per la loro coltivazione e dei pesticidi che vengono ingeriti dagli animali e successivamente dall'uomo.
84%: la percentuale di campioni di carne di pollo venduta in Italia risultata positiva ai test eseguiti da Altroconsumo sulla presenza di antibiotici, di cui gli animali vengono riempiti per velocizzarne la crescita e che insieme all'azoto e al fosforo presenti nei mangimi inquinano le falde idriche attraverso gli escrementi.

La carne fa male all'uomo.
35%: la percentuale di tumori che il professor Veronesi stima causati dall'alimentazione, contro il 30% dal fumo.
75%: la percentuale di malattie che hanno colpito gli uomini negli ultimi 10 anni perchè trasmesse da animali o da prodotti di origine animale secondo l'EFSA.
2: il numero massimo di porzioni settimanali di carne che un adulto dovrebbe assumere secondo l'AIRC, che sottolinea che il consumo di carni rosse è associato a un aumento del rischio di tumori, mentre il consumo di legumi ha l'effetto opposto.

Se l'ambiente non è poi così importante, se le malattie sono destino, la carne costa: il professor Stern della London School of Economics stima attorno a 3 miliardi di sterline il costo sopportato dagli Inglesi tra il 2009 e il 2015 per i provvedimenti presi per rispondere ai danni del riscaldamento globale causato dei gas serra ai Paesi in via di sviluppo.

E per finire, la carne può essere sostituita. Senza perdere il piacere del cibo, aumentando la qualità. Perchè la scelta di ognuno è importante. Secondo l'Istituto Nazionale di Scienze dell'Allevamento del Giappone per ogni chilo di manzo che viene mangiato viene emesso tanto diossido di carbonio quanto ne emette una vettura media europea ogni 250 chilomentri e viene bruciata l'energia che terrebbe accesa una lampadina da 100 watt per 20 giorni. Se ognuno di noi non cambierà le proprie abitudini, ci penseranno i riceratori: per risolvere il problema legato al consumo eccessivo di carne la loro (disperata) soluzione è crearla sinteticamente in laboratorio. A noi la scelta.


Un consiglio! Crocchette di ceci preparate per noi da Laura Maffesanti, creatrice del blog InCucinaColCuore .










Serena Moro


mercoledì 19 marzo 2014

In un contesto quale quello odierno in cui l'alimentazione, per ragioni salutistiche e ambientali, sta acquisendo sempre più un ruolo chiave nel mondo globale, si inserisce il tema principe di EXPO Milano 2015, il cui titolo è infatti: "Nutrire il pianeta. Energia per la vita." Tale tematica rimanda al più ampio concetto di sviluppo sostenibile, ed è infatti in tale direzione che si muove EXPO 2015, finalizzata alla scoperta e individuazione di modelli di sviluppo per assicurare a tutta l'umanità un'alimentazione buona, sana, sufficiente e sostenibile, ossia capace di tutelare la biodiversità indispensabile per la salute del pianeta.
A tale scopo EXPO 2015 lancia il Bando Internazionale "Best Sustainable Development Practises on Food Security" (BSDP), che intende raccogliere e diffondere esperienze di sviluppo in grado di produrre miglioramenti a livello ambientale, produttivo, sociale, tecnico scientifico, istituzionale. Il Bando è supportato dal programma Feeding Knowledge, finalizzato alla creazione di una rete scientifica internazionale di ricerca e innovazione in ambito di sicurezza alimentare, e in generale per l'identificazione di politiche e piani programmatici che realmente rispondano a criteri di sviluppo sostenibile. Il fine di BSDP è infatti una legacy che possa rilevarsi utile negli anni a venire non solo per l'Italia ma anche per il resto del mondo.
Regione Lombardia sarà altresì una stretta collaboratrice per una serie di interventi informativi e formativi con riguardo al settore dell'Educazione Alimentare. Quest'ultima ricopre infatti un ruolo chiave nella cornice dello sviluppo sostenibile in quanto decisiva per formare i cittadini ad un consumo critico e consapevole. In primis occorre essere coscienti delle relazioni tra i nostri consumi e la filiera produttiva, con particolare riferimento al tessuto produttivo locale e alla stagionalità.
Conoscere ed apprezzare le produzioni del territorio significa inoltre avere coscienza delle proprie radici culturali e rispettare le tradizioni che caratterizzano la comunità in cui viviamo in un'ottica di sostenibilità. Mercati dei contadini e spesa a km 0 devono essere pertanto riportati al centro dell'attenzione e valorizzati. Ciò contribuirà anche ad un innalzamento qualitativo dei prodotti offerti sul mercato.
Un paese la cui fama e ricchezza sono in gran parte dovute al settore agricolo e alla sua ricchissima nonché salutare cultura alimentare risulta essere la cornice ideale per un focus sui temi suddetti.
Il mio personale augurio è che EXPO 2015 possa segnare una svolta per le politiche di Green Economy dell'Italia, la quale, come ha affermato Jeremy Rifkin qualche anno fa, ha tutte le potenzialità per porsi alla guida di un cambiamento in tal senso.


Costanza Gabbrielli

martedì 18 marzo 2014

Nel rituale di ogni mattina ci avviamo fischiettando verso il bagno per toglierci l'ultimo velo di sonno. Spazzolino, dentrifricio e con un semplice gesto facciamo scendere a fiotti l' acqua dal rubinetto. Armeggiamo con i nostri saponi ammicando allo specchio e sentendoci in ottima forma mentre l'acqua continua a scorrere allegramente. Al termine del rituale finalmente chiudiamo il rubinetto senza renderci conto di aver già consumato in 5 minuti 40 litri d'acqua solo per lavarci i denti.

Comprendiamo allora come il consumo medio pro capite di acqua arrivi ai 180-220 litri giornalieri, dei quali solo 3 litri sono utilizzato per bere. Ma difficilmente immagineremo che questa è una stima favorevole che non tiene conto del consumo dell' acqua virtuale , quell'acqua invisibile utilizzata abbondantemente per produrre beni e servizi.

Ritornando all'esempio di prima, pensiamo di continuare la giornata con una semplice colazione.
Per abitudine o bisogno fisiologico prendiamo il caffè senza sapere che per farne una goccia servono 1100 gocce d'acqua, per la nostra tazza da 7 grammi 140 litri d' acqua. Dalla fornita dipensa scegliamo i nostri cereali preferiti come orzo o grano la cui produzione mondiale richiede rispettivamente 190 miliardi e 720 miliardi di metri cubi d'acqua (3%  e 12% del consumo globale in agricoltura). Mentre prepariamo le nostre due fette di pane tostato (40 litri per fetta) ci ricordiamo di aggiungere lo zucchero al caffè senza sospettare che lo zucchero è ancora più esigente e per produrne un kg possono servire fino a 1500 litri di acqua (220 miliardi di metri cubi per la coltivazione mondiale). Concludiamo lo spuntino con una salutare spremuta d'aracia che ci “costa” circa 170 litri d'acqua a bicchire. E così, prima ancora di incominciare seriamente la giornata, abbiamo già consumato più di 400 litri di acqua virtuale, quell'acqua embedded nei processi industriali.

A questo punto ci si può naturalmente domandare quanta acqua abbiamo a disposizione per soddisfare una tale massiccia domanda. La risposta putroppo è non molta: del 71% dell'acqua che ricopre il nostro bel pianeta azzurro il 97.5% è salato e solo lo 0.3% di quella dolce é facilmente raggiungibile perchè conservata in fiumi e laghi. Mentre una parte della popolazione può sperperare questo bene vitale godendo di una distribuzione idrica favorevole, più di un miliardo di persone non ha accesso a fonti migliorate di acque potabile. Inoltre, secondo la quarta edizione del United Nations World Water Development Report , il consumo di acqua nel settore agricolo (che assorbe il 70% delle risorse disponibili) è destinato ad  aumentare di oltre il 19% per far fronte a un incremento di cibo del 70% entro il 2050. Lontana dai nostri rubinetti, l'impellente crescita del fabbisogno di acqua virtuale esorta a un forte cambiamento di un sistema di produzione e distribuzione che non è sostenibile nel lungo termine.
Proprio per discutere politiche che possano far fronte a problemi legati alla scarsità idrica si sono riuniti a febbraio più di 700 stakeholders di tutto il mondo per elaborare un corposo programma da presenatre durante il World Water Forum che si terrà ad aprile del 2015 in Gyeongju, Republic of Korea.

...E noi, mentre attendiamo di vedere i risultati del WW Forum, potremmo iniziare col ricordarci di chiudere bene il rubinetto che perde, risparmiando 200 litri al mese, 2400 all'anno.



Wu Fei Fei

venerdì 14 marzo 2014

Tutti sappiamo che cosa sono le smart cities . Ma perché ha senso parlarne?
Il senso sta tutto nei numeri delle persone che al giorno d’oggi riesedono nelle città. In Italia abbiamo che i territori cittadini ospitano il 68% della popolazione, la quale a sua volta produce il 75% dei rifiuti totali (per non contare che le nostre abitazioni metropolitane consumano dal 30% al 60% in più di energia rispetto alla media UE). Da questi dati è facile comprendere come le cities possano fungere da cantiere per vari interventi “intelligenti”. Come poi non evidenziare che, in questa fase di crisi economica generalizzata e di cambiamenti climatici che sono sotto gli occhi di tutti, lo sviluppo all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione tecnologica permetta la salvaguardia dell’ambiente e il rilancio dell’industria e dell’occupazione. ENEA, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile,  sostiene che una percentuale sostanziosa degli stessi rifiuti urbani di Roma potrebbe essere reintrodotta sul mercato, creando in alcuni casi, come vale per i rifiuti elettrici ed elettronici, nuovi beni per un valore di 45 milioni di euro, con un contestuale aumento dell’offerta di posti di lavoro che è facile immaginare. Lo stesso discorso si potrebbe fare per la raccolta differenziata.

Guardando sempre all'Italia, uno potrebbe chiedersi quali sono le città da considerare leader nell’implementazione di iniziative intelligenti. Secondo quanto il FORUM PA e l'Agenzia Napoletana Energia e Ambiente (ANEA) dicono nella presentazione dell’iniziativa Smart City MED , la situazione attuale è la seguente:
-Genova, Torino e Milano sono città pioniere,
-Bolzano è il capuologo dell’efficienza energetica,
-Firenze il centro con maggior partecipazione cittadina,
-Bologna l’incubatrice di start-up,
-Venezia la specializzata sulla rete di trasporti.

Prima di concetrare l’attenzione su Torino (che a mio parere può essere ritenuta la principale dispensatrice italiana di best practises nell’ambito che stiamo trattando), segnalo alcune iniziative che Genova e Milano hanno portato avanti in questi ultimi anni.
Sul terreno provinciale genovese sono da poco stati ultimati due edifici di classe energetica A e A+ . Queste due nuove costruzioni permetteranno un costo prossimo allo zero per il riscaldemento invernale e l’acqua calda. Quello che è interessante è vedere quanto le tecnologie attuali già permettano ad un edificio di essere totalmente autosufficiente. Attraverso lo sfruttamento dell’energia geotermica tramite sonde, l’installazione di pannelli fotovoltaici e di pannelli solari termici, si potrebbe drasticamente ridurre lo stacco negativo che abbiamo dalla media europea nell’efficienza energetica delle nostre abitazioni. E’ bene anche ricordare che interventi relativi a parti comuni di edifici condominiali o che interessino tutte le unità di un condominio, fino alla fine di giugno 2014 sono incentivati tramite una detrazione fiscale del 65%.
Passando invece su Milano, l’ultima novità importante è il nuovo Piano sull’efficientamento energetico che è stato approvato il 20 dicembre 2013. D’intesa con A2A, la giunta Pisapia ha deciso di sostituire entro la fine del 2015 tutti i propri 140 000 punti luce pubblici con nuovi sistemi a LED che, dopo un investimento iniziale di 91 milioni, porteranno significativi tagli nelle bollette dei cittadini. A regime, cioè una volta che tutti i lampioni saranno stati cambiati, è stato stimato un taglio annuo di spesa di 10 milioni rispetto agli attuali. Nell'ambito della mobilità cittadina milanese, è da poco diventato attuale il car sharing elettrico di EQ SHARING che vede dislocati in 15 isole digitali diversi quadricicli della Ducati Energia. In queste aree è anche permesso accedere ad internet gratuitamente e ricaricare i propri dispositivi elettronici. Si direbbe un’inizio vero e proprio di rinnovamento  della città milanese in vista di Expo 2015. Perché poi  non segnalare il repertorio " 89 idee per una città più intelligente " di Assolombarda? Questa guida per trasformare il capoluogo milanese in una moderna metropoli europea vede impegnate diverse realtà sia pubbliche che private che, in un lavoro di sinergia e di riproposta di soluzioni che già all’estero avevano avuto successo, hanno preparato un elenco preciso di progetti con tutti i dati fattuali necessari.
Arriviamo ora a parlare della città di Torino. Con la recente redazione di un significato masterplan sui progetti green che vuole realizzare nei prossimi anni, concorre con le città europee più all’avangurdia nel rispondere efficacemente ai bisogni dei cittadini. Con la raccolta di vari progetti “intelligenti” presentati da chiunque nei mesi scorsi avesse voluto proporre le proprie idee, si vorrebbero implementare in ambito energy, inclusion, integration, life&health, mobility diverse iniziative che è possibile trovare facilmente sul sito del comune di Torino www.torinosmartcity.it . Con Smile , il masterplan appena citato, Torino continua su quel percorso di efficientamento intrapreso nel 2012. Proprio in quell’anno, infatti, in collaborazione con Poste Italiane, era stata creata una prima rete di servizi e-Governament per ridurre i tempi di attesa burocratici e facilitare i pagamenti a livello locale. E cosa dire sullo studio attulamente in atto per la sostituzione graduale dei pali della luce con lampade al LED (sul sentiero appena visto tracciato da Milano)? Che probabilmente porterebbe in 12 anni ad un risparmio del 45% dei costi attuali, circa 90 milioni. Infine, l’ex capitale sabauda non passa inosservata anche per l’offerta di un corso gratuito di tre mesi sul Management delle Smart City rivolto ai giovani amministratori di età inferiore ai 35 anni.
Tanti dati, tanti numeri, tante iniziative… L’elenco sarebbe ancora lungo, ma per non rendere questo articolo infinto, aggiungo solamente qualche informazione sulle risorse. Per gli interventi da realizzare le risorse finanziarie ci sono e sono state stimate per i prossimi anni in 5 miliardi (fonte: ANCI), di origine sia nazionale che europea.
Invogliamo quindi le nostre amministrazioni pubbliche a prendere la palla al balzo, così che si migliori per tutti quella che sempre più rimane l’area di accentrazione della popolazione: la città.


Maria Carolina de Vera

mercoledì 12 marzo 2014


Una Smart City è una particolare città che cerca di gestire e risolvere questioni pubbliche utilizzando soluzioni basate sull'ICT e tenendo in considerazione i diversi e numerosi stakeholders; in particolare adesso viene classificata come Smart City ogni città che ha intrapreso un'iniziativa riguardante una delle seguenti caratteristiche: Smart Governance, Smart People, Smart Living, Smart Mobility, Smart Economy e Smart Environment. L'ICT, poi, ha il compito di legare e rafforzare i network che si creano tra persone, lavoratori, infrastrutture, amministrazioni pubbliche e settore energetico, provvedendo anche a fornire strumenti di tipo organizzativo "intelligenti". In sostanza, si tratta di combinare in modo armonico competitività e crescita urbana sostenibile.

Secondo una recente classifica (www.smart-cities.eu/ranking.html) sono le città dell’Europa del Nord (Finlandia, Danimarca, Olanda soprattutto)  che stanno portando avanti le più importanti iniziative con lo scopo ultimo di trasformare la semplice città in Smart City. Una città che non appare nella classifica ma che negli ultimi anni ha attuato dei progetti a favore della trasformazione in Smart City, concentrandosi soprattutto sulla Smart Environment, è la città di Helsinki, capitale della Finlandia.


Ma partiamo dall’inizio. Nel 1987 il cosiddetto Rapporto Brundtland ha dato la definizione di “sviluppo sostenibile” e sin dall’inizio degli anni ’90, mentre tutti gli altri paesi iniziavano a capire cosa fosse esattamente questo sviluppo sostenibile, la Finlandia inseriva nel suo sistema legislativo numerose norme riguardanti la tutela dell’ambiente e la crescita economica sostenibile. Nel ’94 il governo finlandese ha chiesto alla amministrazioni locali di proporre alcuni luoghi dove sarebbe stato possibile costruire dei nuovi edifici più ecologici possibili, nel rispetto delle nuove norme ambientali e di conseguenza mettendo in pratica il concetto di “sviluppo sostenibile”.  Uno dei luoghi prescelti è stato il quartiere di Viikki, appena fuori Helsinki, storica sede della facoltà di Agricoltura e Silvicoltura.

Eco –Viiki è non solo un quartiere residenziale totalmente ecologico ma anche un progetto sperimentale internazionalmente riconosciuto. Il progetto iniziale prevedeva  di  estendere l’area universitaria e di costruire una nuova area residenziale, naturalmente preservando il paesaggio circostante e il suo enorme valore dal punto di vista ambientale.  Proprio per questi motivi la Città di Helsinki e l’Eco-Community Project hanno lanciato una competizione per la creazione di un progetto per il quartiere; i potenziali competitor dovevano lavorare in gruppo, in modo da inserire esperti  dei vari settori. Le regole previste per la creazione dei progetti erano molto severe:  la vasta area di 23 ettari doveva comprendere abitazioni per circa 1700 persone e prevedeva anche numerose facilities (scuole, negozi); i progetti dovevano inoltre rispettare principi ecologici riguardanti la costruzione stessa degli edifici, la gestione del traffico, l’uso dell’energia, dell’acqua e sistemi di gestione dei rifiuti.


Il progetto vincente appartiene all’architetto Petri Laaksonen e venne chiamato “60° 15’’ northern latitude”. Il progetto prevedeva la costruzione degli edifici in particolari zone chiuse al traffico nelle quali, “come dita verdi” si inserivano delle aiuole direttamente collegate con le ampie zone verdi; gli edifici erano strategicamente rivolti a sud e in maniera tale da abbattere il vento. Il vero piano su cui ci si è basati per la costruzione del quartiere ricalca quasi fedelmente il progetto vincente.  Subito dopo è stata lanciata una ulteriore competizione per l’approvazione di un progetto che riguardasse solamente la costruzione “ecologica” dei nuovi edifici; per l’approvazione del progetto erano necessarie soluzioni non solo ecologiche ed innovative, ma soprattutto direttamente implementabili al nuovo quartiere. Purtroppo a metà degli anni ’90 non erano ancora chiari i criteri che dovevano essere seguiti per la realizzazione di questi edifici ma in generale l’attenzione si concentrò sul risparmio energetico,  sulla gestione di acqua e rifiuti e sull’uso di materiali eco-compatibili per la costruzione stessa degli edifici. Sfortunatamente alcune soluzioni ideate non sono state effettivamente implementate a causa di problemi tecnici. Infine sono stati creati dei veri e propri criteri per il mantenimento dell’area di Viiki, criteri che hanno preso il nome  dalle iniziali dei loro promotori: PIMWAG.  Si tratta di cinque fattori (inquinamento, disponibilità di risorse naturali, salute, biodiversità della natura e nutrizione) che si esplicano in 16 criteri da utilizzare per la manutanzione dell’area e per possibili progetti futuri.

Il progetto finale è stato approvato nel 1998 e la costruzione è iniziata l’anno successivo; nel 2004 è stato costruito l’ultimo edificio. Per ulteriori informazioni sull’area di Viiki http://www.hel.fi/static/ksv/julkaisut/eco-viikki_en.pdf e per la città di Helsinki http://www.hel.fi/static/taske/julkaisut/2012/IBM_SCC_Helsinki__English.pdf



Liliana Buscemi

martedì 11 marzo 2014

Qual è la strada che si deve percorrere per rendere una città come Berlino più “smart”? Bisogna sicuramente trovare nuovi procedimenti a scarso consumo energetico, rivoluzionare, collegare e integrare l’uso di tecnologie già esistenti per rendere la vita di molte persone più semplice e piacevole. Sono questi alcuni dei tanti obiettivi che si pone in futuro la capitale tedesca per diventare un esempio di “Smart City” in Europa e nel mondo entro il 2030. Un progetto sicuramente coraggioso e impegnativo, ma già molte di queste soluzioni intelligenti sono state applicate, come ad esempio l’utilizzo di piscine riscaldate attraverso il calore delle acque fognarie oppure la costruzione di case in cui gli elettrodomestici possono essere controllati e spenti attraverso un telecomando.

Trasformare Berlino in una città sempre più sostenibile è diventata ormai un’esigenza per la capitale, che deve pian piano convergere verso soluzioni che facilitano la vita dei suoi abitanti. Lo spreco energetico berlinese è molto elevato e il numero degli abitanti è in costante aumento; per questo è necessario evitare sprechi e sfruttare le risorse presenti in maniera più efficiente. L’espansione di Berlino e le nuove infrastrutture stanno creando nuove opportunità per prodotti e servizi innovativi, aumentando il tenore di vita dei cittadini e contribuendo alla mitigazione dei cambiamenti climatici.

All’inizio del 2014 è stato presentato dalla “Technologiestiftung Berlin”, una fondazione che si occupa di innovazione e sviluppo tecnologico nella capitale tedesca, il report “Smart City Berlin” che analizza progetti in corso e propone raccomandazioni volte a creare una piattaforma solida, soluzioni comuni per rendere più efficiente l’utilizzo di risorse come acqua ed energia e creare una visione chiara e univoca dell’evoluzione della città verso un modello di metropoli innovativa e sostenibile. Il rapporto vede in particolare nelle reti intelligenti, le cosiddette “smart grids”, uno dei temi più interessanti e promettenti legati al concetto di "Smart City" e su cui Berlino dovrebbe focalizzarsi.

Attualmente sono in corso più di 40 progetti e 300 agenti che contribuiscono a trovare soluzioni per la Berlino del futuro, utilizzando tecnologie ecosostenibili, sfruttando le peculiarità strutturali della città e ampliando i punti di forza di Berlino nei settori dell'energia, dell’ambiente, dei trasporti, dell’informazione e della sanità.

L’Unione Europea mette a disposizione circa 200 milioni di euro per applicare soluzioni intelligenti e la maggior parte di essi verranno destinati a migliorare le condizioni della capitale. Inoltre molte imprese, tra le quali Siemens e Bosch, stanno già discutendo per accordarsi su nuovi progetti.

In futuro il piano si pone l’obiettivo, attraverso la cooperazione politica e il coinvolgimento diretto dei cittadini, di trovare ulteriori vie di crescita verso una metropoli intelligente. Il primo passo consiste nel trovare impulsi volti a mettere le fondamenta per lo sviluppo comune del concetto di “Smart City”. Successivamente sarà necessario raccogliere proposte per diffondere il tema e concetto di Berlino come città intelligente. Infine si concretizzeranno le proposte attraverso uno sviluppo condiviso che coinvolgerà la città nella sua totalità.


Giulia Roselli

lunedì 10 marzo 2014


Smart cities are not a product of fantasy fiction, an unrealistic idea far from collective imagination. Starting from the basic definition they are cities with at least 100,000 people, which use in an efficient way ICT technology supported by municipal governments in order to reduce energy consumption, enhancing the quality of life for citizens with the objective to bring some tangible benefits to the environment.

This phenomenon is typically European as it is widespread in all the 28 EU countries with the exception of Cyprus, Malta and Luxembourg because in those countries there are not such big cities that would exploit the potential of the smart city project.  Geographically the countries which show better prospects are the United Kingdom, Spain and Italy if absolute numbers are considered. However focusing on the concentration potential the undisputed winners are Slovenia and Estonia. This clearly shows that this project is not simply richer country-material but indeed it could be an opportunity for less developed countries within Europe to step forward and create a business out of it.  As a matter of fact before the end of 2014 around the smart cities will be implemented a business of almost 200 million euro and a fifth of the IT market will be represented by cloud technologies that will serve those cities.

However, building a smart city comes with threatening challenges, as it would be necessary to provide privacy and effective data security in the first place, and secondly it would lead to a harmonization of the hundreds of departments that will work together to enhance their potential and the environmental outcomes. Creating smarter cities will become more and more important as time goes by and also more expensive as the prerequisite is to build an innovative cloud system to move to the next level. Cloud services suppliers are willing to create the liaisons requested to provide sensors and other data sources to work within the application of the project.

Is Italy smart enough? The smart city project in Italy is still in a long and complex transformation phase which is unfortunately affected by the economic crisis that hit the expense capability and the wealth of Public Administration and the government. However, it is worth mentioning that our country is undertaking many environmental-friendly projects with the objective to become smarter and smarter. Not only Milan, Genoa, Rome but also in the south where the Mediterranean cities are involved in the “Smart city Med” conference. Thanks to the wire created by the southern cities, the most innovative projects will be discussed, looking for the potential benefits to the local economy.

Certainly, there is room for improvement but these first steps seem promising and full of hope. Is Italy ready to be a pioneer in Southern Europe? Time and sweat will give us the answer we are looking for.
Stay Tuned, Stay Green.


Gabriele Tringali