lunedì 22 dicembre 2014

scritto da Emanuela Piccoli

Negli ultimi anni la nostra sensibilità alla qualità del cibo è cresciuta a vista d’occhio. E' notevole la ricerca sempre più pressante di metodi innovativi che operino nel rispetto della natura e del suolo, che si accostino il più possibile alla sostenibilità ambientale.
La nuova frontiera del buon cibo si intravede nel biodinamico, ovverosia un metodo di coltivazione fondato sul pensiero spirituale di Rudolf Steiner, che sintetizza tutti i principi dell’agricoltura biologica. Tale pensiero guarda all’ecosistema come un unico organismo fatto di suolo, piante, animali e uomini e tende ad adottare pratiche sostenibili. Una di queste pratiche è il “sovescio”, ossia l’interramento di particolari piante o l’utilizzo di preparati naturali a scopo fertilizzante e di rafforzamento delle piante. Inoltre si prendono in alta considerazione le influenze astrologiche e le fasi lunari.
Questo nuovo approccio all’agricoltura ha avuto un forte riscontro nel settore vinicolo. Molti viticoltori, infatti, hanno abbracciato il biodinamico nella loro produzione col fine di offrire al consumatore vini “in armonia con la natura”, frutto di un processo produttivo olistico. Ma come funziona? Innanzitutto la terra viene fertilizzata utilizzando lombrichi, piante, polvere di quarzo (in virtù della sua proprietà di assorbire luce solare) e alcuni preparati biodinamici come il “preparato 501” (corno silice). Si aboliscono, in questo modo, prodotti di sintesi chimica (concimi, fitofarmaci, diserbanti) e OGM.
I vigneti vengono irrigati manualmente e lavorati alla maniera tradizionale (aratura a cavallo, concimazione a letame, ecc.), mentre il mosto fermenta sui propri lieviti autoctoni. Inoltre, per proteggere il terreno, si spruzzano le piante con infusi di ortica, camomilla, finocchio, dente di leone, valeriana e corteccia.
Queste pratiche agronomiche vengono tutelate e sostenute da alcune associazioni, quali “L’associazione per l’agricoltura biodinamica” e “L’agricoltura vivente”.
Ovviamente questo tipo di coltivazione richiede molta pazienza e tempi lunghissimi, ma ciò che ne deriva è un vino di altissima qualità, con profumi particolari e ben bilanciati.
Infine, dove trovare molti prodotti biodinamici? I supermercati NaturaSì sono sicuramente tra i primi posti.

domenica 21 dicembre 2014

scritto da Maria Carolina de Vera

Secondo i dati presentati nel 2013 dal WWF, l’approvvigionamento di olio di palma certificato , proveniente da piantagioni controllate, è pari a 8 milioni di tonnellate e rappresenta appena il 15% della produzione totale di olio di palma (valore che riporta però una crescita del 5% rispetto al 2011).
Sarebbe forse inutile parlare dell'olio di palma se non ci fosse un problema globale. Quello che succede oggi, e che riguarda questo ingrediente oramai presente in moltissimi prodotti che compriamo tutti i giorni al supermercato, è che la sua produzione ha un impatto molto forte sul territorio dove si decide di coltivare le palme da olio. Le maggiori associazioni ambientaliste è da anni che si battono per far sì che le società che lo usano si rivolgano a chi lo produce in maniera sostenibile.

Ma partiamo con ordine.
Che cos'è l'olio di palma? L’olio di palma è un olio non particolarmente costoso, di alta versatilità nell’uso, con una buona resa e con un’ origine soprattutto indonesiana e malese (pari all’86% della produzione). E’ presente in prodotti come margarina, biscotti, pane, cereali della prima colazione, shampoo, lucidalabbra, dolci, detergenti, cioccolato e gelato. E’ stato stimato che è presente in circa la metà dei prodotti confezionati. In più, è l’olio vegetale più commercializzato al mondo, quello che rappresenta il 65% delle transazioni annue internazionali (valore che tra l’altro è atteso in aumento dal 2020, vista la crescita attesa della popolazione mondiale).


Nonostante però sia un olio vegetale, non presenta quelle caratteristiche che associamo tipicamente ad un prodotto con un origine del genere (cioè pochi grassi saturi e bassa capacità di alzare il livello del colesterolo “cattivo” (LDL) nel sangue). Questo infatti non è proprio il caso dell’olio di palma, visto che a seguito del processo di raffinazione presenta un alto valore di acidi grassi saturi o trans-idrogenati.
Le piantagioni di quest’olio hanno bisogno di temperature tropicali e quindi vengono sostituite alle foreste tropicali, causando quegli effetti sull’ambiente che è facile immaginare quando si parla di disboscamento. Specie come il rinoceronte, l’elefante pigmeo, la tigre e migliaia di invertebrati e piante hanno visto scomparire il loro habitat, con una perdita che in Indonesia, Malesia e Papua Guinea è stata pari a 3,5 milioni di ettari tra il 1990 e il 2010.
L’animale però che forse soffre più di tutti è l’ orango , diventato in questi ultimi anni il simbolo della lotta all’espansione delle piantagioni. A testimonianza della sua condizione è esemplare “ Green – The film ” che potete trovare cliccando qui .
Come ulteriore testimonianza della bellezza delle foreste tropicali e della vita che racchiudono riporto la toccante descrizione di in un viaggio in Borneo di Fabrizio Bulgarini, che a ottobre 2011 raccontava ai sostenitori del WWF quanto segue:
“Appena tornato dal viaggio in Borneo, uno dei luoghi selvaggi del Pianeta, le sensazioni sono ancora forti e contrastanti. Forse perché è veramente uno dei luoghi della terra che suscita stordimento per l’enorme valore reale di biodiversità che ospita e d’altra parte ha un grande fascino alimentato anche dai racconti di Salgari, che tutti noi abbiamo letto da giovani.
In effetti le immagini, che ho ancora negl’occhi, della foresta pluviale sono straordinarie: alberi di 60 metri, insetti stecco di 50 centimetri, oranghi che si spostano nella volta della foresta con il caratteristico andamento dondolante, buceri dall’enorme becco che si ingozzano di bacche e scimmie nasiche che si alimentano tra le mangrovie.[ ……] Tanta biodiversità è purtroppo anche molto minacciata e nel mio cuore c’è ancora sgomento per le migliaia di ettari di foresta oramai persi, distrutti e sostituiti con le terribili piantagioni di palma da olio che ho visto. Chilometri e chilometri di foresta che non c’è più. Al suo posto sterili distese di palme che, al massimo, ospitano fino a 9 specie di uccelli, quando una foresta primaria arriva a 1.200 specie vegetali e 200 specie ornitiche!”

La domanda spontanea che potremmo farci a questo punto è: " ma come facciamo ad invertire questo trend? "
A livello internazionale ci sono gruppi che si sono impegnati a rifornirsi in maniera sostenibile, e tra questi figurano imprese come Unilever, IKEA, Findus, L’Oreal e Body Shop. Sono tutti gruppi che seguono le indicazioni di RSPO, la Roundtable on Sustainable Palm Oil , la quale dà indicazioni precise sui comportamenti da seguire nel rifornimento di olio di palma. Chi già produce usando al 100% olio di palma sostenibile sono le società della tabella sottostante:
Per noi consumatori finali i consigli sono invece i seguenti:
1) Acquistare da aziende che hanno assunto l’impegno di acquistare olio di palma sostenibile
2) Cercare il marchio RSPO sui prodotti
3) Chiedere ai rivenditori i prodotti con olio di palma certificato
4) Contattare le associazioni che si battono per questo (tipo il WWF) per scoprirne di più o dare una mano.

lunedì 15 dicembre 2014

scritto da Chiara Crognoletti

Con il Natale alle porte, si sa, si avvicinano le abbuffate, a cominciare dal cenone della vigilia, per proseguire a oltranza fino all’epifania. Nonostante le tante ricette vegetariane e ipocaloriche che ogni anno ci vengono propinate per un pasto più sobrio e sostenibile, sappiamo bene che il pranzo di Natale è una tradizione di famiglia a cui pochi sono disposti a rinunciare. Almeno da me, sarebbe impensabile sostituire un menù moderno a quello classico, all’insegna di tortellini in brodo, cappone, torroni e panettoni.
Tuttavia, possiamo almeno ingegnarci per evitare gli sprechi alimentari, visto che, come emerge dai recenti dati Fao, Ifad e Pam sulla fame nel mondo, ogni anno un terzo del cibo prodotto viene sprecato, per un totale di 1,3 miliardi di tonnellate: una quantità che basterebbe a sfamare le persone che soffrono di fame cronica, attualmente intorno agli 800 milioni.

I consigli da seguire sono pochi e semplici, a partire dalla spesa pianificata e intelligente nei giorni precedenti, fino al riutilizzo degli avanzi con ricette golose e creative. Ho provato, quindi, a mettere insieme un menù originale per riciclare gli avanzi nei giorni successivi, ed ecco qua il risultato:

1) La finta pizza: una ricetta allegra e veloce per riciclare la pasta avanzata. Insaporite quest’ultima con parmigiano, pepe e basilico. Unite le uova, amalgamate e condite la “finta pizza” con mozzarella e pomodorini a pezzetti, cuocete in forno e decorate.
2) La crepes degli avanzi: per gestire la carne avanzata, basta preparare una crepes salata nella maniera classica, tagliare la carne a striscioline e mescolarla con un po’ di prezzemolo, spezie a piacere, e mettere il tutto nella crepes.
3) Le crocchette di pesce: gli avanzi di pesce possono essere sbriciolati e mescolati ad un paio di uova, prezzemolo, limone, pan grattato per ottenere un impasto compatto e morbido e farne delle polpette. Una volta pronte, possono essere fritte o cotte in forno.
4) La crema di verdure: le verdure cotte possono essere facilmente trasformate in una crema di verdure, in una frittata o in una quiche con formaggio.
5) Il panettone affogato al caffè: per i panettoni che restano accumulati una volta terminate le feste, un’opzione gustosa è sistemarne dei pezzi sul fondo di grossi bicchieri da vino rosso e versarvi sopra il caffè, a cui aggiungere panna montata, cioccolata grattugiata (o il torrone, per esempio), zucchero o Nutella.
6) Il pandoro briosciato con gelato: idea simile a quella del panettone, ma stavolta con l’abbinamento del gelato, da guarnire con zucchero a velo e qualche frutto rosso oppure con panna montata e cacao amaro.
Se però queste idee non riescono ancora a convincervi o se nonostante l’organizzazione e i tentativi di riciclo resta ancora qualcosa, una valida alternativa è quella di donare gli avanzi alle associazioni locali che si occupano dell’assistenza ai più bisognosi. E intanto si compie anche un gesto di solidarietà e di condivisione, per gustare ancora di più lo spirito del Natale.

Mentre pensate a come affrontare al meglio i calorici pasti che ci attendono, auguro a tutti i nostri lettori buone feste e un felice anno nuovo!

venerdì 12 dicembre 2014

scritto da Federica Guerra

Una volta in pausa pranzo si sceglieva tra piadineria o bar che ti serviva il primo del giorno: le tagliatelle al ragù che ti facevano sentire un po’ più vicino al pranzo dalla nonna. Adesso la scelta è tra insalata e frullato detox o farro. Basta guardarsi un attimo intorno, i supermercati bio si sono moltiplicati, si trova più velocemente un Naturasi che un Esselunga oramai.
Che in parte sia diventata una moda non c’è dubbio, dopo le diete da 13 cipolle al giorno e un frullato di carote per depurare l’organismo, arriva ora la moda del frullato detox a qualsiasi ora, fashion blogger docet. A parità di bontà e salute questo approccio all'alimentazione è sicuramente meglio del precedente trend legato al fast food, fino a cinque anni fa il McDonald's non era ancora visto come l'incubatore del male e un pranzo a settimana ci scappava anche. La domanda è: ma l’ambiente, ne beneficia di questo nuovo atteggiamento?
Perché è vero che un frullato energy ci fa meno male delle alette di pollo fritte per merenda ma se per coltivare quella frutta sono stati sfruttati i terreni o per mettere la mozzarella nell'insalata dobbiamo rovinare le nostre mucche siamo al punto di prima.
La produzione biologica è definita come: “Un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione agroalimentare basato sull'interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali, l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e una produzione confacente alle preferenze di taluni consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali”.
(Fonte: Reg. CE n. 834/07)
Significa rispetto per gli equilibri naturali, offrendo un prodotto genuino coltivato senza l’ausilio di concimi chimici, fitofarmaci e Ogm. L’attività dell’uomo va così ad inserirsi nell'agro-sistema in modo armonioso, utilizzando tecniche che non sfruttano in modo aggressivo la fertilità del suolo o gli animali. Anche negli ultimi anni, nonostante la crisi, i prodotti biologici hanno mantenuto un andamento crescente, il 17,3% in più degli italiani nei primi cinque mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ha deciso di portare sulle proprie tavole prodotti derivanti da agricoltura biologica (dati Sinab, Sistema di informazione nazionale sull'agricoltura biologica). Nel 2014 l’agricoltura biologica è arrivata a coprire il 10% della superficie agricola nazionale.
Risulta quindi un gioco in cui tutti i partecipanti vincono, unica nota negativa il costo dei suddetti prodotti. Infine per i nostalgici dell’arancino, si ricorda che il termine bio o “organic” se vogliamo dirlo all'inglese, si riferisce solamente agli ingredienti usati, come poi questi vengano assemblati è a cura del consumatore finale.

Fonti:

sabato 6 dicembre 2014

written by Costanza Gabbrielli

As Christmas comes, millions of Christmas trees across the country are headed to the landfill or the wood chipper. But not so fast! That conifer could be put to good use in the field of medicine. A paper published in the International Journal of Biomedical Nanoscience and Nanotechnology show evidence that the needles of Pseudotsuga menziesii, aka the Douglas fir, may be able to help sterilize nano devices destined for the human body. A team of researchers led by chemist Poushpi Dwivedi of MNNIT in Allahabad, India, is in the process of developing a compound derived from the needles of the Douglas fir to help coat nano medical devices and combat infection. One of the largest hurdles for biomedical devices is that despite advances in sterilization techniques, bacteria can still invade implant sites, prosthetics, and tissues. The bionanocomposite from the Douglas fir could potentially cover implants and beat off microbial growth. So, as you vacuum the last remnants of the Christmas season from your living room floor, say a small “thank you” to your tree, as it may someday play a large part in saving your life.

venerdì 5 dicembre 2014

written by Fei Fei


If you still think wind turbines are a blot on the landscape whose persistent noises ruin the quietness of a faraway countryside, you should reconsider your idea.
What if I tell you that actually silent turbines can grow on trees, which can be installed in your neighborhood? It is not fiction but the results of 3 years of studies conducted by a French team of engineers.  Taking inspiration from nature, the innovative team came up with the Wind Tree, which is a 30 feet tall steel tree with branches and artificial leaves that can generate power on light breeze. Tiny blades are located in the leaf units and respond to wind as slow as 2 m/s, making the Wind Tree productive across more than 280 days in a year.

“The idea came to me in a square where I saw the leaves tremble when there was not a breath of air.”  Said Jérôme Michaud-Larivière the founder of the Parisian start-up which will market the Wind Tree in 2015.
The French producer hopes his brainchild can be wisely integrated within the urban electric system and goes to supply low voltage needs such as street LED lamps or, combined with other means like photovoltaic, to feed energy efficiency building.
The Wind Tree is just one of many examples ( here is another one, and it's the one in this second picture) where, through innovation and technology, we are tackling the issue of environmental sustainable development, which hopeful is arising more and more awareness.


2nd image: www.inhabitat.com

lunedì 1 dicembre 2014

scritto da Maria Carolina de Vera

La tecnologia è un elemento chiave della nostra vita. Oramai, a meno che tu non sia un retrogrado per scelta, non puoi più farne a meno. Prova solo ad immaginare come ti sentiresti senza il tuo smartphone per un po’ di ore... magari più tranquillo e in pace all'inizio, ma sicuramente più disorientato e perso dopo.

Le applicazioni sono varie e presentano gradi di utilità ed interesse diversi.
Un ambito interessante è sicuramente quello accademico, soprattutto per chi come me ha una vita universitaria.

Ecco allora 4 tecnologie che potrebbero essere molto utili se diffuse all'interno degli atenei.

1) Quando si parla di tecnologia diventa sempre più difficile non far riferimento al mondo delle App per cellulari. E' proprio qui che si inserisce quanto l'Università Bicocca sta facendo per migliorare la gestione dei suoi rifiuti. Con la creazione delle "isole per la raccolta differenziata" e la possibilità per studenti, professori e dipendenti di segnalare le irregolarità nello smistamento tramite un'App del telefonino, la Bicocca punta ad arrivare al 70% di raccolta differenziata: un passo da gigante se si considera una raccolta che è ferma al 27%.

2) Sempre in tema di App, è di recente uscita SuperHub , quella che su sul Corriere della Sera è stata definita "la mappa ecologica che fa concorrenza a Google Maps". Una volta scaricata sul cellulare, basta inserire il punto di partenza e il punto di destinazione e lei ti dirà tutti i mezzi pubblici e privati law carbon che hai a disposizione per muoverti. Si parla anche di mobility sharing, mobility on demand e c'è la possibilità di acquistare biglietti integrati per più mezzi. Il numero dei servizi è atteso in aumento e le informazioni raccolte dall'applicazione sono trasmesse in forma anonima alle amministrazioni pubbliche che così sanno i flussi di traffico sulle strade. Un ottimo servizio per chi, soprattutto studente fuori sede, ha bisogno di sapere come spostarsi a Milano (questa applicazione è infatti attualmente disponibile solo qui, a Barcellona e ad Helsinki).

3) E' dall'Istituto Europeo di Design che proviene la terza novità di cui voglio parlare. Uno studente di design del prodotto ha di recente ideato e presentato alla Maker Faire di Roma la sua invenzione di nome "Eye's", una lampada a Led e a sensori ad infrarossi che, su una specie di braccetto, segue i movimenti di coloro che stanno lavorando nelle vicinanze. Si tratta ancora di un prototipo, ma i campi di applicazione potrebbero essere svariati e c'è già chi ha contattato il ragazzo e si è dimostrato interessato. Speriamo quindi che venga realizzata, visto che potrebbe semplificare la vita a chi, come architetti, disegnatori e progettisti ha bisogno di un'illuminazione mobile sul tavolo di lavoro.

4) Infine, come innovazione tecnologica che rappresenta una vera e propria rivoluzione (almeno nell'università che frequento, la Bocconi di Milano), vi ricordo i distributori dell'acqua. Grazie a loro, che prelevano l'acqua dalla rete di tubature dell'edificio e la filtrano ulteriormente, abbiamo stimato che nel nostro ateneo si potrebbero risparmiare quantità di plastica e denaro considerevoli. Teoricamente, con un utilizzo diffuso presso tutti gli studenti della Bocconi (12.000 studenti) , si risparmierebbero 1.806 mc di plastica.
L'immagine seguente riporta alcune proporzioni per dare un'idea.






L'attesa è quella di vedere portati avanti questi progetti nei prossimi anni , ricordandoci sempre quanto disse una volta Henry Ford: “C'è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.”