giovedì 14 maggio 2015

Scritto da Valeria Procoli

Forse in pochi sono a conoscenza di un piacevole primato di Expo 2015: quella milanese è la prima esposizione universale della storia ad aver redatto un “ Sustainability Report ”. Del resto, il tema “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” sarebbe stato una contraddizione se non si fossero anche adottate politiche di responsabilità ambientale. L’importanza di questo documento non sta solo nel mettere nero su bianco obiettivi fissati e traguardi raggiunti in merito alla sostenibilità ma, soprattutto, nell’eredità che costituisce per i paesi che in futuro ospiteranno tale evento, i quali sicuramente redigeranno il proprio, sulla scia dell’esempio italiano.

Le misure adottate per ridurre al massimo l’impatto sull’ambiente del semestre espositivo riguardano a tutto tondo i diversi aspetti organizzativi: si va dai rigidi standard che i vari paesi e le aziende hanno dovuto rispettare per poter costruire il proprio padiglione, fino alle norme di gestione degli sprechi, passando per le disposizioni volte a ridurre al minimo gli effetti negativi di cui il territorio potrebbe risentire ad evento concluso.
L’organizzazione di Expo ha deciso di fare propri gli standard, riconosciuti a livello internazionale, previsti da ISO e LEED (Leadeship in Energy and Environmental Design). In particolar modo, l’ISO 20121:2012 riguarda tutto ciò che concerne l’organizzazione e la gestione sostenibile dell’evento; a tal proposito gli obiettivi sono di minimizzare il consumo di risorse e i materiali di scarto destinati allo smaltimento, massimizzando allo stesso tempo il riuso, il riciclo e i tassi di recupero. Ad ogni padiglione è inoltre stato assegnato un punteggio, stabilito dal LEED, in base al grado di sostenibilità raggiunta. Tra i paesi più virtuosi compare l’Italia che provvede in modo quasi autonomo a procurarsi l’energia di cui il padiglione necessita e che ha utilizzato materiali in buona parte riciclati ed addirittura un cemento esterno con proprietà fotovoltaiche in grado di catturare alcuni agenti inquinanti e trasformarli in sali inerti . Gli Emirati Arabi, che nel 2020 ospiteranno Expo a casa propria, non sono da meno: hanno infatti raggiunto il livello massimo (“Platinum”) riconosciuto dal LEED, grazie ad una struttura super sostenibile che, dopo ottobre, verrà smantellata e riallestita proprio a Masdar City, la città a impatto zero. Sì, perché tutte le strutture costruite in occasione dell’evento, ad eccezione di Palazzo Italia che rimarrà come monumento, sono state concepite per poter essere smantellate e riutilizzate in modo da abbattere gli sprechi che, nel caso di edifici di tali dimensioni, sarebbero stati notevoli.

Tutti i partecipanti (paesi, organizzazioni e aziende) sono invitati ad adottare misure volte a limitare l’inquinamento, ottimizzare il consumo di acqua ed energia, preferire prodotti e servizi quanto più rispettosi dell’ambiente ed adottare specifiche strategie per quanto riguarda imballaggi, logistica e trasporti. Questo testimonia come Expo abbia pensato praticamente a tutto in merito alla sostenibilità, perciò può sicuramente essere annoverato fra le esposizioni universali più “green” mai realizzate. Sebbene sia difficile fare un confronto con le scorse edizioni a causa dell’assenza di documenti che certifichino con precisione cosa si sia fatto in passato, per capire quanto l’edizione attuale abbia alzato il livello si può prendere come indicatore il tasso di differenziazione dei rifiuti : si stima che Expo 2015 riuscirà a raggiungere il 70% , contro il 64% di Shangai 2010.

A fronte dei tanti buoni propostiti e di ciò che è stato fatto concretamente, però, non si possono non considerare le critiche che molti hanno sollevato. Alcuni ritengono Expo colpevole di essere caduto in contraddizione nel momento in cui ha sottratto terreni agricoli per la costruzione del sito espositivo, problema che sorge spesso quando si organizza un evento di tale portata. Altri gli rivolgono l’accusa, forse più grave, di essersi “venduto” a multinazionali che, sebbene cerchino di mascherarlo, hanno distrutto e stanno distruggendo il pianeta. Secondo Vandana Shiva (scienziata e scrittrice) le multinazionali “si sono accordate tra loro per brevettare i nostri semi, per influenzare la ricerca scientifica, per negare ai cittadini il diritto di essere informati, attraverso leggi sull'etichettatura degli Ogm” ed “ora saranno tutte a Expo”. La sua è una posizione dura, più o meno condivisibile, ma di certo Expo ha ricevuto un grosso danno di immagine a causa di tale scelta, motivata, forse, soprattutto da ragioni economiche.

Nonostante le contraddizioni, da cui non si può prescindere, bisogna però riconoscere che Expo 2015 sta dando sicuramente un forte contributo nel creare una coscienza comune nelle persone, siano essi volontari, visitatori o lavoratori, sensibilizzandoli verso le tematiche ambientali. Questo è forse l’elemento più importante perché, quando tutto sarà concluso, rimarrà solo la consapevolezza delle persone. Se Expo riuscirà, anche solo un pochino, a far comprendere alla gente quanto sia importante adottare uno stile di vita più sostenibile, allora avrà fatto davvero qualcosa di grande, al di là di tutto.

Fonti:
“Sustainability Report 2014- Expo Milano 2015”

lunedì 11 maggio 2015

di Arianna Gigliuto

Spesso sentiamo parlare di “trend” o “tendenze” come di un metodo per anticipare la moda dei prossimi anni. Tailleur, completo, pantaloni, cappello? Roba da Jurassic Park: la moda del futuro passa per il digitale, tessuti interattivi e sempre più sostenibili. Nell’era in cui la tecnologia fa da padrona, tutelare l’ambiente e promuovere un consumo responsabile introducendo radicali novità nel settore tessile è estremamente importante. Da tipologie di prodotto non convenzionali a progressi tecnologici e di processo finalizzati all’abbigliamento sostenibile, cosa ci aspettiamo di trovare nel nostro guardaroba tra qualche anno?

1) C atalytic clothing
Si sa, l’ambiente è un bene prezioso ed è fondamentale contrastare l’inquinamento. Non sempre però, la battaglia deve passare attraverso trattati internazionali. E se fosse ciascuno di noi a combattere questa battaglia semplicemente indossando i propri jeans preferiti e gironzolando en plein air?? Quello che sembra un miraggio, è in realtà il risultato di un esperimento tra moda e scienza: si tratta dei vestiti catalitici! Denominati ' Catalytic Clothing ' e prodotti dall'omonima casa di moda londinese, questi vestiti promettono di contribuire a purificare l’aria circostante dagli agenti inquinanti. Sono costituiti in particolare da uno speciale tessuto ricoperto di nano-particelle di biossido di titanio, una polvere cristallina incolore tendente al bianco che funziona, appunto, da foto-catalizzatore: in presenza di luce ed ossigeno questa sostanza è in grado di accelerare le reazioni chimiche che permettono la scomposizione degli agenti inquinanti presenti nell’atmosfera e li trasformano in altri agenti non nocivi, che svaniscono con la pioggia. Il catalizzatore viene attivato da un semplice additivo da aggiungere al detersivo che, oltre a lavare i vestiti, li trasforma in filtri per aria in grado appunto di ripulire l’atmosfera che si respira. Un metro quadrato di tessuto catalitico indossato regolarmente, sarebbe in grado di scindere e trasformare 0,5 grammi di ossidi di azoto al giorno. Si tratta ovviamente di cifre irrisorie se prese singolarmente, ma in teoria, se tutti indossassero degli indumenti trattati con questo particolare additivo l’inquinamento dei grandi centri urbani verrebbe consistentemente ridotto se non addirittura eliminato. Insomma, cambiare il mondo camminando per strada è possibile! Attualmente i Catalytic Clothing non sono ancora disponibili in commercio, ma dovrebbero fare il loro debutto sul mercato molto presto.

2) La stampante 3D che ricicla i vecchi vestiti
E se i vecchi abiti potessero essere riutilizzati come materia prima per produrre nuovi vestiti? Un'idea vecchia come il mondo, ma la vera novità è che gli abiti potranno essere realizzati da una stampante 3D. L’idea è venuta al designer industriale Joshua Harris, convinto che l’industria dell’abbigliamento fa un uso estremamente dispendioso e inefficiente delle nostre risorse, senza contare l’inquinamento prodotto durante la fase di distribuzione nei negozi. Il nuovo prototipo di apparecchio da installare direttamente sulla parete di casa, è in grado di creare abiti nuovi di zecca, anche utilizzando modelli digitali venduti da stilisti e aziende, da stampare immediatamente a casa.
E le cartucce? Qui viene il bello. Per avere nuovi abiti, è possibile utilizzare quelli vecchi. All’ interno dell’apparecchio, i vecchi abiti introdotti vengono letteralmente fatti a pezzi, suddivisi filo per filo e predisposti per il riutilizzo. Un sogno che si realizza per i modaioli e un minor spreco di risorse per l’ambiente.
Purtroppo, per il momento, si tratta solo di un prototipo…

3) T-shirt usa e getta
Se l’idea della stampante 3D che ricicla i vecchi vestiti trasformandoli in nuovi sembra lontana anni luce, più pragmatico è un progetto totalmente italiano: la t-shirt usa e getta “ Wear&Toss ”. Le parole d’ordine sono salvaguardia dell’ambiente e… un occhio attento al portafoglio. Il progetto prevede l’utilizzo di materie prime quali la cellulosa e l’amido di mais per creare capi di abbigliamento monouso e biodegradabili. Così, ad esempio, la maglietta usata per fare sport si usa, si toglie, si butta (nel cestino della differenziata) e si ricicla. Un’idea che potrebbe risultare utile in mille occasioni: per chi fa sport, per chi viaggia spesso e ama portare un bagaglio essenziale, per gli indumenti di lavoro o per quelli usati in campo biomedicale. Ma sostenibili non sono solamente i materiali completamente biodegradabili utilizzati per creare le t-shirt, sostenibile è anche la filiera produttiva, grazie all’utilizzo di macchinari di nuova concezione ad alto risparmio energetico e impatto ambientale zero. I costi? A dir poco irrisori: una maglietta costerà al consumatore solo 2 euro.

6) SolePower
Arrivano dagli Stati Uniti le speciali scarpe che, grazie ad un dispositivo interno, sono in grado di trasformare l’energia prodotta dai passi in energia elettrica. Un modo semplice, ingegnoso ed ecologico per essere sempre, è il caso di dire, ‘al passo’ con la tecnologia e mantenersi in forma. Grazie all’energia cinetica che viene prodotta durante la corsa si potranno caricare smartphone, lettori musicali e altri piccoli dispositivi mobili. Il PowerPac, ossia la batteria, è attaccata ai lacci delle scarpe e si carica mentre si cammina. Quando si desidera ricaricare il telefono, è sufficiente staccare la batteria dai lacci delle scarpe e collegare il dispositivo alla porta Usb disponibile.
Si tratta certamente di un prodotto in grado di conciliare il bisogno di sostenibilità e comportamento ecologico con le esigenze di coloro che non riescono a fare a meno del cellulare o dell’iPod. Ma la produzione della soletta può avere un risvolto anche sociale: oltre un miliardo di persone non può accedere all’energia elettrica in maniera affidabile e di conseguenza le persone non hanno l'illuminazione sufficiente e sicura per svolgere attività di base come  fare i compiti e cucinare. SolePower dunque, ha anche il potenziale per migliorare notevolmente la qualità della vita.

La moda è un settore di tendenza, la moda è innovazione in grado di influenzare le persone e la cultura. Sempre più persone, stanno incrementando questa potenzialità ed è emozionante vedere come l'industria della moda possa utilizzare il suo potere per rendere il mondo un posto migliore.

mercoledì 6 maggio 2015

scritto da Eleonora Rizzo


I decided to put together a list of do’s and don’ts for those who would be willing to wear sustainable but have no idea where to start. They go from easy tips to avoid wasting water when washing clothes, to innovative alternatives to traditional fabrics.
Think before shopping
1) Needless to say we live in a consumerist world: the advertisement industry and our own culture make us feel that enough is never enough, that we need the latest Smartphone, the newest Zara collection and we keep collecting a great deal of things we really don’t need. Next time you will be staring at a shop window, ask yourself whether you absolutely need those new pair of jeans. Renew before you buy! Match that old shirt with new accessories, repair buttons, add embroidery and take the clothes to the tailor for adjustments when they no longer fit.
Make the right choice
2) How many times it has happened that you needed a new pair of boots and you ended up with 2 shirts, a bikini and many other useless sparkling items in your bag? First thing to bear in mind while you go shopping: make long-term choices. Imagine you are going to buy something you will still use five years from now. Avoid seasonal trends and cheap brands. Aim for quality and timeless chic.
3) Give a try to vintage shops; thrift shopping can be very fun and satisfying. If you are used to think at vintage shops as dusty places filled up with grandmother clothes well…you couldn’t be more wrong! Clothes swaps are an original idea which has been developing in the later years thanks to the social media tools which allow people to meet. There are many shops where you can find luxury items and timeless gems at half or more their original price: second hand is good for the planet, guilt-free and cool.
4) Buy low-maintenance piece of clothing. By “low maintenance” I mean clothes that can be washed in cold water (which saves up to 80-90% of energy from hot water) and line dry. You really need to avoid buying dry cleaning or “wash separately” items. The former are very dangerous for the environment: dry cleaning solvent known as perchlorethylene has been classified as “probable carcinogen”, and its use contributes to smog and global warning. The latter require different washing cycles for a few pieces of clothes, which contributes to wasting precious water and polluting the environment with more chemicals than necessary.
5) Avoid synthetic materials that cannot biodegrade, go for organic. If you believe that cotton is a sustainable choice, well you couldn’t be more wrong! Cotton requires a lot of water which increases soil salination, it requires much more space to develop than other fibres and must be treated with pesticides and mineral fertilizers. Traditional materials involve the use of animal derivatives: if you choose to buy a fur coat you will contribute not only to the suffering and murder of helpless animals, but also to the environmental impact that the use of chemicals and tons of water involve. Nowadays there is a wide range of alternatives to animal derivatives: you can choose organic cotton, wool and linen, eco-fur and eco-leather, plant-based textiles like bamboo and hemp. You can find the entire list of substitutes on Animal Free.
6) Sustainable fashion is a growing industry: nowadays we have many more opportunities than ten years ago to make an environmentally-friendly choice.  Many brands have specialized in sustainable clothing, while others aim at becoming greener.  If you still think that wearing ethical is boring, take a look at www.shopethica.com you will find eco-friendly luxury clothes for all tastes


Smart tips to do the laundry
7) As I previously told you: avoid particularly sensitive fabrics. However, if you already have some of these items, here is what you can do to limit the environmental impact of the washing cycle.
There are some natural methods that you can try alternatively to dry cleaning: Wet Cleaning is a new process that uses an environmentally friendly water-based system; GreenEarth Cleaning is a chemical inert method which uses a silicone solvent, essentially pure liquefied sand, and is very gentle on clothes and finally CO2 Cleaning method that uses liquid carbon dioxide to dry-clean clothes, eliminating the use of perchloroethylene. Try to substitute top-loaded washers with front-loaded washers that are actually more expensive but ensure a longer duration of your clothes and better efficiency in the use of energy and water.

lunedì 4 maggio 2015

Scritto da Valentina Tringali

Il futuro della moda non può che essere eco.
Sempre più frequenti sono  le iniziative a favore  della produzione di vestiti e accessori biodegradabili o costituiti ,anche solo in parte, da materiali in grado di decomporsi in sostanze naturali.
Il fenomeno del sustainable fashion sembra additare tutti coloro che si ostinano a vivere nella noncuranza delle risorse ambientali e nella totale ignoranza delle conseguenze che si celano dietro la scelta di un capo di cotone o poliestere.
Il cotone, per crescere, necessità di grandi quantità d’acqua, così come la produzione di poliestere attinge a risorse di olio e gas che, ad oggi, risultano in declino.
Il nuovo volto della moda propone materiali meno dannosi da produrre, fonti di un minor tasso di inquinamento per l’ambiente.
Cosa scegliere allora, se il cotone viene bandito? Bamboo, canapa e ortiche sono le risposte; tali materiali sembrano essere veloci nel crescere e ,soprattutto, facilmente rinnovabili.
Tantissimi i brand che non hanno perso tempo nel “dire sì” alla moda sostenibile. Già nel 2011 Gucci aveva iniziato a produrre occhiali da sole e calzature realizzati con plastica biodegradabile, fino a giungere, oggi, a tacchi in ecopelle e montature create con olio di ricino.
Nike e Adidas da qualche anno utilizzano tinture senz’acqua nei loro prodotti,  così come H&M, che sta man mano estendendo l’utilizzo di cotone riciclato in prodotti come le maglie. Levi’s, non da meno, ha realizzato 100.000 paia di jeans usando il 100% di acqua riciclata.
Un vero “passa-parola” per i maggiori brand nel mercato tessile; c’è chi ha puntato anche su idee più estreme, come Puma, capace di produrre T-shirt che possono essere fatte a pezzi e sepolte nel terreno come fertilizzanti.
Un unico grande ostacolo sembra porsi davanti all’ascesa della sustainable fashion: la sostenibilità potrebbe essere sinonimo di “beige ugly fashion”?
Proprio questo è stato l’oggetto della London Fashion Week 2014: dare un’immagine diversa, meno grigia, alla moda sostenibile; mutare i pregiudizi e alimentare la curiosità. “Just don’t call it eco” recitava lo slogan londinese.
A muoversi in questa direzione sono Livia Firth e Stella McCartney, che da mesi si stanno impegnando per  rendere più trendy tutti quei brand sostenibili che mancano del potere di marketing di cui godono le marche di lusso.
Nemmeno le piccole aziende sembrano tirarsi indietro in questa campagna ecologica, proponendo tessuti lavorati con alghe e materiali esclusivamente biodegradabili; i benefici di tale utilizzo sono molto più grandi di quanto sembri: rendere fertile il terreno aiuta la crescita di nuovi materiali e di conseguenza l’intera economia, a differenza dell’impiego del cotone, materiale che necessita di lungo tempo per decomporsi.
Non sembrano esserci controindicazioni; la moda sostenibile allarga il range dei suoi sostenitori con un successo dopo l’altro e appare allora plausibile l’ipotesi che vede la maggior parte di noi, fra dieci anni, indossare capi 100% bamboo.