venerdì 18 dicembre 2015

Written by Bianca Thiglia



I was definitely surprised when I discovered that Arnold Schwarzenegger was invited to speak at COP21 and at SciencesPo, the French university that recently launched different programmes focused on the environment.
He called global leaders to cope with environmental problems not considering the future but the present, acknowledging that it is now that people are dying for environmental disorders, nineteen thousand a day, bringing the example of cancer.

The next situation in which I noticed his green commitment was a video in which he -with a tank on the background- blew up an elephant tusk to “get rid of the demand once and for all”. It is easy to find the clip online. It was in support of the Wildlife Conservation Society (WCS), creating awareness about the fact that 96 elephants are killed every day for their ivory. He also acted against big cat hunting during the wave of protest following the killing of Cecil the lion. On social media it declared it is not ballsy as protecting big cat is instead, inviting to donate for their conservation.

I catalogued his sporadic presence in the environmental field as the public branding of a politician. So I was sincerely surprised when I heard of him advocating for the reduction of meat consumption. As far as I know, I’ve never heard of any politicians, including at COP21, directly touching such a delicate issue. Intensive animal farming is one of the major causes of greenhouse gasses emission, not considering the incredible damage due to deforestation, water pollution and feed production as one third of all food produced worldwide is dedicated to feeding livestock. Although the dramatic contribution of these practices, no one is seriously tackling the matter and little is being done to promote a diet that may include a smaller -and healthier- amount of animal products.
So Schwarzenegger the bodybuilder publicly declared that there is the urgency of reducing meat consumption. He is aware it is unrealistic for a major stake of the population to become vegetarian or even vegan, it is a drastic step. He advocates instead for a part-time vegetarianism, a commitment of eliminating meat from one’s diet at least two or three days a week, something anybody would easily do and a small step that needs to be taken to ignite the change. His effort was also aimed at eliminating concerns about how to build a terminator-body without beef. He ensured that he knows plenty of successful vegetarian bodybuilders and that animals are not the only available and valuable source of proteins.

Let’s talk about his fleet of Hummers, heavy war vehicles that pollute way more that a normal off-road. He promised he’d turned his Hummer into a hydrogen Hummer - and he did it. Through a public-private partnership, he also created California Hydrogen Highway, providing more than 50 additional fuelling systems across the State to encourage the shift to new technologies and the growth of the hydrogen vehicles market. While he was the governor of California, his environmental agenda was packed with other projects that made the State’s sustainability outstanding if compared to the others’.

The University of Southern California (USC) even has a department devoted to public policy named after him, the USC Schwarzenegger Institute, whose slogan is “Advancing policy, not politics”. It is a reference to the ex-governor’s mixed agenda, that was often observed as including democratic measures although being republican. Of course the Institute has an environmental section.

So, at least for sustainability concerns, I’ve learned again that is not alway useful to judge a book by its cover and consider positive steps however small they may appear - and however bizarre their source may sound.

giovedì 17 dicembre 2015

Scritto da Valentina Tringali


Dopo due settimane di negoziati, i ministri e i rappresentanti dei 195 Paesi presenti alla COP21 sono finalmente giunti al cosiddetto “Paris Agreement”, il nuovo e universale accordo sul Clima, presentato  sabato 12 Dicembre dal Presidente della COP21 Laurent Fabius,  che lo ha definito “giusto, duraturo e bilanciato”.

“Non capita spesso nella vita di avere l’occasione di cambiare il mondo, voi oggi avete quest’opportunità”: così il Presidente francese François Hollande si rivolge ai ministri presenti alla conferenza, manifestando piena fiducia nell’attesissimo testo.
La cerimonia ufficiale di firma si svolgerà il 22 aprile 2016 a New York e l’entrata in vigore del trattato sarà non prima del 2020, quando decadrà il protocollo di Kyoto.

Uno in particolare il fine dell’accordo: definire un percorso verso la de-carbonizzazione della società entro la fine del secolo in corso, garantendo non solo trasparenza interazionale nella redazione dei piani, ma anche una solida verifica degli obiettivi raggiunti. Fra quest’ultimi il più ambizioso è quello di contenere l’aumento della temperatura globale del pianeta ben al di sotto dei 2°C, più precisamente intorno a +1,5°C, limite che secondo gli scienziati fornirà maggiori garanzie di sopravvivenza alle nazioni insulari, più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico. Ulteriore punto chiave del testo risulta il concetto di differentiation: i Paesi sviluppati dovranno fornire le risorse finanziarie per assistere i Paesi in via di sviluppo; 100 miliardi l’anno a partire dal 2020 saranno solo un punto di partenza, ulteriori fondi verranno poi stanziati in misura da definire nel 2025. E per quanto riguarda trasparenza e revisione? Il testo stabilisce una cornice flessibile all’interno della quale si chiede alle nazioni di presentare regolarmente un inventario delle emissioni prodotte e assorbite e al contempo di fornire tutte le informazioni sui trasferimenti dei capitali. E’ stata anche stabilita una revisione da parte della COP dei progressi relativi all’accordo e una ulteriore rivalutazione degli impegni individuali ogni 5 anni a partire dal 2023. Mancano (ed è una sconfitta per l’Unione Europea) obiettivi in merito alle emissioni dovute ai trasporti internazionali per via aerea e marittima che erano invece parte del testo di Copenhagen e che, come ricorda Kevin Anderson, del Tyndall Centre for Climate Research, “equivalgono le emissioni di Germania e Regno Unito”.

Il Paris Agreement sembra, per certi aspetti, un testo molto più debole di quanto sperato da molti, ma allo stesso tempo appare un vero e proprio “accordo storico”, non fosse altro che per il riconoscimento del rischio rappresentato dal surriscaldamento globale e per l’aver evidenziato l’urgente necessità di una risposta collettiva.

Anche molte delle Ong presenti alla COP, pur lontane dall’essere soddisfatte, riconoscono il momento di svolta che questo accordo rappresenta: “Molto in questo testo è stato diluito ed epurato dalle persone che saccheggiano il nostro pianeta, ma contiene il nuovo imperativo di limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C” ha dichiarato Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace. Dunque, si prospetta davvero un futuro più green? “E’ solo l’inizio” sostiene Amber Rudd, segretario dell’Energia e del Clima, al BBBC’s Andrew Marr Show, e sono in molti a concordare: Xie Zhenhua, capo negoziatore della Cina, ammette che il piano di Parigi, pur non essendo ideale, “non ci impedirà di compiere una marcia storica in avanti”. Anche il primo ministro indiano, Narendra Modi è d’accordo: con questo testo, sostiene, “la giustizia sul clima ha finalmente vinto”.

E’ necessario, a quanto pare, iniziare a lavorare subito: il testo prevede, da oggi  al 2020, di impegnarsi a rispettare gli accordi presi a Kyoto e a Doha; per quanto riguarda l’Italia, invece,si inizierà presto a lavorare ai progetti previsti dagli accordi bilaterali stipulati in questi giorni. Tocca anche a noi iniziare fin da subito, con l’augurio che anche il più piccolo dei nostri gesti contribuisca al bene comune e del pianeta. Citando Amber Rudd:” it’s a step in the right direction […]the work begins now.”

lunedì 7 dicembre 2015

Scritto da Valeria Procoli


Sarà colpa degli stereotipi, dei racconti di chi c’è stato, di film, documentari, report e chi più ne ha più ne metta, ma nel mio immaginario associare il cinese medio al concetto abnegazione scatta quasi automatico. La nostra società è un po’ così in generale; ci annulliamo in nome del lavoro, che non è altro se non il mezzo con cui ci assicuriamo quel denaro su cui proiettiamo l’(illusoria) speranza di raggiungere la felicità. Nel caso del popolo cinese tutto questo è forse portato all’estremo. Questa non è una critica alla Cina (perché la tendenza è la stessa ovunque), ma in questi giorni è lei che dobbiamo guardare per capire dove le contraddizioni della nostra società possono portarci.

Il 30 Novembre è stata una giornata nera per il Nord del paese, dove a Pechino alcune scuole sono rimaste chiuse mentre in altre sono state vietate tutte le attività esterne. A causa della ridotta visibilità, inoltre, si è verificato il blocco delle autostrade e perfino l’annullamento di alcuni voli. I livelli di concentrazione di particelle PM 2,5 dannose per la salute hanno infatti sfiorato i 600 microgrammi per metro cubo, a fronte di un valore limite raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di 25 microgrammi (senza considerare che in alcune zone fuori dalla capitale si sono registrati perfino valori più alti). La speranza è che in questi giorni di trattative, in occasione della COP21, il paese accetti l’invito a diminuire l’uso di carbone in favore delle rinnovabili. La causa di tutto questo è infatti la forte dipendenza della Cina dal carbone, da cui il paese trae circa il 60% dell’energia di cui necessita. Secondo il NY Times in molti, preoccupati per la salute loro e dei propri figli, stanno valutando l’ipotesi di migrare se non verranno adottate soluzioni efficaci.

Le zone interessate si sono trovate di fronte a una vera e propria paralisi, tanto che il governo ha raccomandato a tutti i cittadini di limitarsi ad uscire di casa solo se strettamente necessario. Sembra di rivedere i giorni di allerta attentato post-Parigi, con la differenza che qui i terroristi siamo noi. E dico noi perché la Cina è solo il simbolo di dove può portare la nostra corsa verso quello sviluppo che calpesta tutto e tutti. In nome di cosa poi? Semplicemente dello sviluppo stesso.

Davanti a tali fatti, una domanda sorge spontanea: che senso ha correre verso l’obiettivo di affermarsi come grande potenza mondiale, se questo implica livelli di smog nell’aria tali per cui i bambini non possono addirittura andare a scuola? Il progresso in teoria è nato per migliorarci la vita, non per negarci di vivere la nostra quotidianità. È paradossale ma palese: in questo caso, il costo degli stipendi è più alto dei soldi percepiti in busta paga. Riflettendoci, il denaro serve per vivere ma se per guadagnarlo si creano condizioni tali per cui non è più possibile vivere, allora viene meno anche l’esigenza di disporne. Forse bisognerebbe rivedere il nostro concetto di felicità e, purtroppo, forse realizzeremo tutto ciò solo quando ci ritroveremo ricchi e chiusi in casa proprio a causa della nostra sete di denaro.

Qui la simpatica ma forte denuncia di un’artista cinese al problema.

Alla luce di tutto questo appare evidente che forse la celebre frase di Steve Jobs “Siate affamati” andrebbe reinterpretata. Se ha avuto tanto successo è probabilmente perché gli abbiamo associato un’interpretazione che legittima il nostro modello di sviluppo tutto incentrato sulla crescita. Ma vogliamo crescere “ingrassando”, come il modello americano (mito dei giorni nostri) o crescere “sani e forti”? La fame che dobbiamo avere non deve essere quella dei tanto idealizzati quanto obesi Stati Uniti, quanto piuttosto una fame di soluzioni per evitare che il cappio che ci siamo messi al collo, cercando inconsapevolmente (ma non troppo) di suicidarci in nome dello sviluppo, provochi la morte.

mercoledì 2 dicembre 2015

Scritto da Chiara Crognoletti


Lunedì 30 novembre si è aperta a Parigi la XXI Conferenza delle Parti, dove i 195 paesi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite contro i cambiamenti climatici (UNFCCC) cercheranno di raggiungere un accordo universale e vincolante per affrontare il cambiamento climatico e arrestare il riscaldamento globale. O meglio, cercare di contenerlo entro l’obiettivo prefissato di 2°C rispetto all’era pre-industriale. Un obiettivo che in realtà appare già irrealistico secondo gli esperti, e che ai livelli attuali di emissioni potrebbe essere già raggiunto nei prossimi 30 anni. Che il clima stia cambiando è ormai innegabile: ogni anno dell’ultimo decennio è risultato più caldo del precedente e il più caldo in assoluto dall’inizio delle registrazioni della NASA iniziate nel 1880. Se una cosa è certa, a proposito della conferenza di Parigi, è che i negazionisti del cambiamento climatico verranno messi all’angolo e si cercherà una soluzione più concreta rispetto a ciò che è stato fatto finora. Ma il come è ancora tutto da definire.

Per ora, 183 paesi hanno presentato i propri impegni per ridurre le emissioni di gas serra: si tratta di un significativo passo avanti, ma rispettandoli si raggiungerebbe comunque un aumento della temperatura di circa 3°C. La Conferenza ha quindi l’obiettivo di delineare un piano comune ed efficace, che verrebbe applicato a tutti i 195 paesi a partire dal 2020.

C’è da dire che finora le posizioni dei singoli paesi lasciano ben sperare: l’Europa, da tempo portavoce dell’emergenza ambientale, ma troppo piccola per cambiare le sorti del clima (producendo solo il 10% delle emissioni globali), è ora affiancata dagli Stati Uniti, grazie a Obama che definisce il vertice un potenziale punto di svolta. I paesi del Climate Vulnerable Forum (i più colpiti dal cambiamento climatico, dalle Filippine alle Maldive) formano ormai un blocco in grado di cambiare l’esito delle votazioni. Anche la Cina ha affermato il suo impegno a favore della Conferenza, mentre l’India da un lato favorisce l’energia solare e dall’altro sostiene la necessità di un maggiore impegno da parte dei paesi ricchi, secondo il principio della “responsabilità comune ma differenziata”.

I punti chiave riguarderanno in primo luogo la riduzione delle emissioni: da questo punto di vista, il futuro può risiedere nell’avanzamento tecnologico che renderebbe la produzione di energia rinnovabile meno costosa e più efficiente e permetterebbe di immagazzinarla per essere usata nei momenti di maggiore domanda. Non da meno, si deve affrontare la questione del finanziamento: già dal 2009 i paesi sviluppati si sono impegnati a versare 100 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo sostenibile nei paesi in via di sviluppo.

Non mancano però gli ostacoli all’accordo: innanzitutto, la ripartizione degli obblighi. I paesi emergenti sostengono che i paesi ricchi dovrebbero fare uno sforzo maggiore, per la responsabilità storica dell’attuale situazione e per non essere privati del diritto allo sviluppo; al contrario, i paesi sviluppati affermano che tale distinzione non può più essere applicata, visto che Cina e India sono rispettivamente primo e terzo inquinatore al mondo. C’è poi da definire come misurare gli impegni e gli obiettivi raggiunti dai singoli paesi.

La strada è ancora lunga, ma la Conferenza ha il merito di aver promosso gli impegni dei singoli stati e la cooperazione tra governi in materia di politiche ambientali. Il successo non è garantito, ma le premesse, finora, lasciano ben sperare.