venerdì 29 aprile 2016

Scritto da Valeria Procoli

Per salvare il pianeta i ruolo della conservazione è di primaria importanza. Interi ecosistemi stanno andando distrutti a causa di deforestazione selvaggia, cambiamento climatico, sfruttamento sconsiderato di risorse fossili. Per questo le grandi ONG sono fondamentali; è infatti anche grazie alle loro campagne di sensibilizzazione se si sono raggiunte grandi vittorie per la salvaguardia nostra e dell’ambiente.

Eppure, sebbene sembri che tali organizzazioni non governative siano nate e cresciute per fare del “bene”, non sempre è tutto oro quel che luccica. Certo, i risultati raggiunti sono positivi. Ma a quale prezzo?

Spesso queste ONG sono state al centro di polemiche. Negli ultimi tempi ha fatto molto parlare il reclamo ufficiale presentato da Survival International (movimento per la tutela dei diritti delle popolazioni indigene) all’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) contro il WWF , accusato di aver violato i diritti umani dei Pigmei Baka in Camerun. Sembrerebbe che la World Wildlife Fundation (WWF), avrebbe infatti privato della propria terra questa popolazione indigena. I Pigmei, prima di potersene effettivamente rendere conto sarebbero stati spogliati del luogo di cui sono sempre stati custodi. La loro opposizione alla collaborazione per la creazione di un area protetta nelle loro terra sarebbe inoltre stata punita con torture e soprusi, per stessa ammissione del WWF.

Tali azioni sono discutibili da ogni punto di vista. Ad aggravare la questione, inoltre, è il fatto che lo statuto della World Wildlife Fundation prevede una stretta policy per la tutela dei diritti umani delle popolazioni indigene. Wilfred Huilman, nel suo libro best-seller Pandaleaks, sostiene che la posizione del WWF rispetto alle popolazioni indigene sia radicalmente cambiata da cinquanta anni a questa parte, tanto che oggi la ONG si comporta come se animali e persone non possano convivere.

Forse è vero che non possiamo convivere con gli animali, noi. Ma le popolazioni indigene sono sempre state un tutt'uno con la natura ed è inconcepibile pensare di privarle di una parte della loro identità solo perché NOI non sappiamo più integrarci con essa ed abbiamo il bisogno di lasciare la conservazione ad un’organizzazione sovraordinata incaricata di tamponare i danni che il nostro stile di vita procura quotidianamente all'ambiente. In fondo, se tutti compissimo scelte più consapevoli, non ci sarebbe neanche bisogno di organizzazioni ad hoc per la salvaguardia dell’ambiente. Esattamente come non ne avrebbero bisogno gli indigeni, se solo noi non avessimo creato danni irreparabili: prima abbiamo disboscato e cacciato senza freni ed ora, per riparare, c’è chi deve creare aree protette per tutelare quel poco che è rimasto intatto.

Il danno oramai è fatto, certo, ma saltare da un estremo all’altro ha spesso costi ben più alti di quelli necessari per una transizione graduale. Zone protette sì, dunque, perché non c’è dubbio che oramai siano necessarie, ma passare sopra a tutto e tutti per questo fine no. Non è possibile che i Pigmei vengano criminalizzati se cacciano per sfamare le proprie famiglie e poi si trovino costretti a rifugiarsi nell’alcool per superare la perdita di una delle cose più importanti che ognuno di noi ha: l’identità.

La morale? Non c’è dubbio, visto il punto a cui siamo arrivati, che le grandi ONG a difesa dell’ambiente abbiano meriti enormi. Ma per cambiare davvero e andare nella giusta direzione è necessario trovare degli equilibri, perché tutto quello che è estremo ha dei grossi effetti collaterali, che in questo caso non possono e non devono essere giustificati.

venerdì 22 aprile 2016

Scritto da Camilla Mariani


A pochi giorni dal referendum abrogativo del 17 aprile (meglio noto come “No-Triv”) gli animi sono ancora caldi e la questione necessita di essere ulteriormente dibattuta vista la misera, per non dire riluttante, partecipazione al voto.

Cosa sono stati chiamati a votare gli italiani? Quanto se ne sapeva sulla questione trivelle?

Le schede elettorali presentavano un semplice quesito.
“Tu, cittadino italiano, vuoi che i permessi per estrarre idrocarburi entro le 12 miglia marine dalla costa (circa 20 km) debbano durare fino all’esaurimento del giacimento oppure fino al termine della concessione?”

In sostanza, se il quorum fosse stato raggiunto le piattaforme collocate attualmente in mare sarebbero state smantellate con la scadenza della concessione, senza poter sfruttare completamente il gas e petrolio nascosti sotto i fondali. Nulla sarebbe cambiato per le perforazioni su terra e quelle in mare oltre le 12 miglia, ne tantomeno sarebbero sorte variazioni per le nuove perforazioni oltre le 12 miglia già attualmente vietate.

Ad oggi, secondo il ministero dello Sviluppo economico, nei nostri mari ci sono 135 piattaforme, 92 delle quali sarebbero cadute sotto le grinfie del referendum. Quello che tutti si saranno domandati è quanto effettivamente le trivelle siano inquinanti e quanto sia pregnante il loro impatto ambientale. A rispondere in modo incalzante ci ha pensato il rapporto di Greenpeace pubblicato nel recente marzo.

La nota associazione ambientalista ha richiesto al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) di prendere visione dei dati relativi ai monitoraggi ambientali effettuati in prossimità delle piattaforme offshore presenti nei mari italiani. Delle oltre 130 piattaforme operanti in Italia, sono stati consegnati a Greenpeace i dati per il triennio 2012-2014 relativi a 34 impianti (tutti di proprietà di ENI) che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione.

Ma andiamo con ordine. I monitoraggi sono realizzati da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) con la committenza di ENI stessa. Tali monitoraggi prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitilli (le comuni cozze) che crescono nei pressi delle piattaforme. Dal lavoro di sintesi e analisi svolto da Greenpeace il quadro che emerge è tutto anziché rassicurante. Laddove esistono limiti di legge per la concentrazione di inquinanti, questi sono spesso superati dai sedimenti circostanti le trivelle e analogamente, i tessuti dei mitilli sono intossicati di sostanze chimiche. I dati si ripetono pressoché costanti di anno in anno ma non risultano licenze ritirate, concessioni revocate o iniziative del Ministero dell’ambiente volte a intervenire sull’inquinamento e ripristinare la salubrità dei fondali. Insomma, a cosa servono questi monitoraggi se non prevedono sanzioni e impongono adeguamenti?

In questa situazione ambientale critica si insinua anche il doppio ruolo ricoperto dall’ISPRA: da un lato l’istituto è esecutore per conto di ENI dei campionamenti, delle analisi chimico-fisiche previste dall’azione di monitoraggio e della stesura delle relazioni tecniche; dall’altro è (o almeno dovrebbe essere) ente super partes preposto alla valutazione degli esiti e risultati presentati nelle medesime relazioni, per conto del Ministero dell’Ambiente. In sostanza l’ISPRA valuta i piani di monitoraggio che essa stessa redige ed esegue per conto di ENI. Greenpeace continua scrivendo che non intende mettere in evidenza alcuna inadeguatezza formale bensì non può passare inosservato il fatto che l’organo istituzionale chiamato a vigilare sulla correttezza dei dati ambientali (e di conseguenza colui che dovrebbe tutelare il buon stato di salute del nostro ecosistema marino) operi su committenza di uno dei maggiori detentori di piattaforme offshore.

Sulla questione trivelle non esita a dire la sua anche Legambiente. L’associazione si è espressa in maniera molto approfondita sia con un dossier dall’eloquente titolo “Sporco petrolio” sia con una proposta a base di energie rinnovabili. “Sporco petrolio” attacca duramente il settore petrolifero definendolo come il motore di un sistema fondato sullo sfruttamento indiscriminato di risorse naturali e pervaso da pratiche globali di corruzione e malaffare. Alle radici di queste tendenze corruttive vi è proprio “la sproporzione fra la forza contrattuale ed economica messa in campo dai singoli operatori economici titolari e/o gestori degli impianti e la debolezza politica ed economica dei territori dove insistono realmente le piattaforme estrattive”. E di debolezza politica l’Italia ne sa qualcosa. La stessa Legambiente però continua a gran voce con una proposta volta a definire una diversa cornice normativa che consenta lo sviluppo di innovazioni nelle forme di autoproduzione energetica da fonti rinnovabili. Tale proposta è impregnata di idee di cambiamento volte a modificare radicalmente il sistema energetico italiano dimostrando come l’autoproduzione possa apportare numerosi vantaggi in termini di riduzione dei consumi energetici, importazioni di fonti fossili ed emissioni inquinanti.

Probabilmente, tra tutti i dati, quello più sconcertante resta comunque il 31,9% di partecipazione al voto.

Ma forse solo “quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro” (Sioux, Capo indiano d’America).

lunedì 18 aprile 2016

Written by Chiara Crognoletti

The Netherlands are now the second country in terms of electric cars on the road: 4% of all cars sold last year were electric. But where does the power comes from? The country recently built three new coal-fired power plants, which supply the increasing demand of electricity.

Thanks to tax incentives and the high cost of gasoline, electric cars are becoming more and more popular. However, countries that get most of their energy from dirty sources could actually worsen their pollution, shifting CO2 emissions from the cities to the outskirts. This is the case of China, where sales of electric cars are increasing but where energy mostly comes from coal.

The Netherlands are the ideal place to develop the market of electric cars: the country can be easily crossed on a single charge, it is easy to install plugs in the streets and the taxi fleet is turning electric. However, even if they are increasing the proportion of clean energy, coal still provides 30% of the electricity and the country is probably going to miss the 2020 emission goals set by the EU.

Experts say that benefits from electric cars vary widely, depending on the electricity mix: if electricity mostly comes from coal, a gasoline car could be better than an electric car. The Netherlands still have some work to do in this regard: wind power and solar energy could be better exploited to develop an effective market for electric cars, actually helpful in the reduction of pollution.

giovedì 7 aprile 2016

Written by Bianca Thiglia


There is a great focus on what’s going on with indigenous people of the Southern world, their strife to protect the environmental conditions of their lands and the not always mild reactions of both the private and the public sector.
But less attention is given to the defined developed countries, especially to the conditions of indigenous people inhabiting a nation that is revered for its tolerance: Canada. They are the so called First Nations, usually pictured in maintained by public subsidies reserves. Despite their only formally stable integration, they keep on fighting to protect the land they have never legally given up, the same land that provides the natural resources Canadian economy is based on.

The Algonquins of Barriere Lake have never signed a treaty giving up their rights to their 10,000 square kilometres territory. It has been estimated that 100 million dollars might be harvested from it annually by the natural resources industry (energy, hunting, logging). The Algonquins live in third-world conditions though and their peaceful protests are being silenced with physical coercion.


Rally against Kinder Morgan oil pipeline on Burnaby Mountain

A similar aggressive approach has been employed with the Lubicon Crees. They too have never signed a treaty ceding their land rights but see oil and gas being removed by their traditional territory. A sour gas flaring resulted in an epidemic; the 2011 oil spill polluted their land that is now widely abandoned by animals. This made the community not self-sufficient anymore.
British Columbia is seeing its stunning and unique biodiversity, centred on the Great Bear rainforest, being dismantled, torn between pipelines projects opposed by an institutionalized First Nations resistance.

But the first steps about the recognition of unceded land are happening. In Summer 2014, a court ruling recognized the aboriginal title of the Tsilhqot’in nation to 1750 sq km of their territory in British Columbia: the right to manage their land and benefit from its economical benefits even though not to ownership. The ruling affects all the never-signed-away or conquered territories of Canada. First Nations are starting to act accordingly and the Tsilhqot’in already moved for the safeguard of their environment by announcing their own policy on mining, even excluding part of their land from the practice.


Rally against Kinder Morgan oil pipeline on Burnaby Mountain

But Canadian Government is already organizing a dispossession by negotiation to limit the implications of such facts. First Nations are demanded to extinguish their right to 95% of their traditional territories in return of money and land parcels. This would push for a private property organization of the area, a method that strongly contrasts the long lasting stewardship on indigenous people. They also were forced to incur in a considerable amount of debt in order to costly prove their land rights. Most of tribes have not signed the deals yet. They remain an obstacle to the fossil fuel industry.
This may seems controversial in a moment of economic crisis but few weight the environmental crisis that is happening in parallel accordingly. Thanks to the stewardship of indigenous tribes, the “unceded” status of vast territories might not be a threat but of great value instead. Moreover, it is strongly related to the self-determination of communities that have their land as the root of their culture. “Our songs, our place names, our history, our stories – they come from the land that we are a part of. All of it is interrelated with who we are.” is a comment from Tsilhqot’in chief Roger William.
It has to be remembered though that the image of tolerance of the Country might induce to the perception of an egalitarian context. Residential Schools, one of the worst things that Western people did to Natives in Canada, just ceased their existence between the 80s and the 90s after several criminal suits. They were designed throughout the 19th century under the motto “kill the Indian in him and save the man” and were compulsory institutions for First Nation pupils. The boarding schools aimed at annihilating the cultural heritage –including the use of their mother tongue- of the youngsters before reintroducing them in their reserves. Their curricula were simplified in order not to empower the students. This is only one of the means of cultural suppression towards native communities that are still induced to live in marginalization.

venerdì 1 aprile 2016

Scritto da Valentina Tringali



Numerose sono le specie marine che potranno finalmente godere di habitat sicuri in cui vivere grazie al progetto ideato dalle Nazioni Unite.
Circa una settimana fa, durante un meeting svoltosi a New York, è emersa la proposta di creare un “solido sistema” in grado di incrementare il numero di aree marine totalmente protette dalle minacce delle attività umane, esempio tra tutte la sovrapesca.

Non tutte le acque dell’oceano che si trovano al di là di certe giurisdizioni vengono protette come dovrebbero, afferma Elizabeth Wilson, direttrice della International ocean policy della Pew Charitable Trusts.
“Nelle zone di mare aperto è decisamente un processo più complicato – non esiste un meccanismo che possa creare aree marine totalmente protette” ha sottolineato.

Il meeting delle Nazioni Unite è solo un piccolo tassello di quello che sembra essere un progetto internazionale a lungo termine, il quale mira alla prevenzione di porzioni sempre maggiori di oceani in tutto il mondo. Oggi, solo il 2% degli oceani è ricoperto da aree marine protette. Il fine di tale progetto prevede, invece, di raggiungere il 10% entro il 2020.

E’ pur vero che, affinché siano efficaci, le aree protette dovranno ricoprire almeno il 30% degli oceani presenti nel pianeta, e i benefici aumenteranno significativamente solo se il 50% di essi verrà protetto. Siamo ancora ben lontani da tali risultati, ma il primo passo, a quanto pare, è stato finalmente compiuto.

“Il mondo non ha preso in considerazione abbastanza seriamente il trattamento e la prevenzione delle specie marine” ha sostenuto Callum Roberts, professore della York University in Inghilterra.
“Le zone di mare aperto ricoprono il 41% del nostro pianeta, e non ricevono alcuna protezione” ha aggiunto. In aggiunta a tale panorama, il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani, insieme ai cambiamenti climatici, stanno diventando fattori sempre più minacciosi per la vita di numerose specie marine, dagli squali alle meduse e ai cetrioli di mare.

Nel 2014, Roberts e colleghi rivisitarono la letteratura scientifica tramite la valutazione di oltre 100 studi a riguardo; quest’ultimi confermarono la necessità di espandere ulteriormente le aree protette, ipotesi che oggi viene del tutto confermata.

I paesi che hanno attualmente aderito sono sempre di più. Si suppone che il successo dell’accordo di Parigi debba aver aiutato nel convincimento di tali paesi che affrontare problemi climatici così complicati possa essere oggi effettivamente possibile.
“E’ molto incoraggiante pensare di poter fare qualcosa di grande che possa realmente cambiare lo status quo” ha concluso Wilson.
Ci auguriamo che la percentuale prevista dai risultati delle ricerche non rimanga solo un'ambizione ma veda presto un riscontro concreto.